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domenica 17 febbraio 2013

Racconto: Mamma Somalia


MAMMA SOMALIA ( 1° Premio al Concorso Scrivere Altrove 2012)
Ieri Dunya ha saputo che sua cugina Hawa ha avuto un altro bambino. Ormai ha perso il conto di quante cugine hanno partorito in questi ultimi anni. Alcune si sono fermate a quattro figli, ma, tenendo conto della giovane età di molte di loro, pensa proprio che hanno ancora tempo di farne forse una decina.
Dunya ha storto il naso quando l’ha saputo, non per disgusto, lei adora i bambini; non lo ha fatto nemmeno per invidia, anche se lei non ha figli: lo ha fatto perché, anche se questo bambino è stato desiderato dalla madre, prima o poi sarà lasciato a se stesso. Non avrà opportunità di crescere sereno ed equilibrato perché vivrà in una famiglia sconclusionata, dove il padre, anche se vivente, sarà assente, non sarà una guida né una protezione, e la madre, con altri figli da seguire, non avrà abbastanza tempo, né energia, né preparazione per aiutarli nella loro crescita.
Dunya non vorrebbe essere così pessimista, ma i fatti troppo spesso le hanno dato ragione. Secondo lei, un figlio è un tesoro inestimabile e il dovere di un genitore è quello di dargli le migliori opportunità per crescere e maturare e affrontare la vita. Molto spesso questo avviene, ma qualche volta no. Lo ha visto tra le sue cugine, che non danno molto valore all’istruzione dei figli, che li fanno vivere come se si trovassero ancora in Somalia e non in Inghilterra o in Olanda, che gli parlano continuamente in somalo e così gli rendono difficili l’apprendimento a scuola.
Guardando la foto del suo nuovo nipotino, a Dunya è venuta in mente sua madre. Ah, le mamme somale!
Le mamme somale sono speciali, tremende, a volte furiose ed isteriche, a volte di un amore che si dipana al di là dello spazio e del tempo. Forse tutte le mamme del mondo sono così, ma non ne era del tutto sicura. E forse si dimostrava troppo severa nei riguardi della cugina: era una mamma somala anche Hawa del resto, proprio come la sua.
La mamma di Dunya era a due tempi, di due epoche diverse. C’era la mamma moderna ed anticonformista, della Somalia giovane e rivolta verso un futuro promettente. La gioventù degli anni ’60, della libertà e della democrazia, dell’essere laici ancorché credenti, delle tradizioni che non soffocavano le identità autonome dei giovani studenti e lavoratori. Quella era la mamma di una Somalia piena di energia e voglia di riscatto che in Italia ha trovato sacrifici, dolori ma anche gioie, soddisfazioni e speranze. Quella era la mamma paziente, dolce, speranzosa ma anche ingenua e credulona. Era la mamma dai capelli morbidi, ricchi e folti, portati con orgoglio alla “afro” come Angela Davis; la mamma che le faceva ascoltare Tina e Ike Turner, le Supremes o James Brown, ma anche Joan Baez e Bob Dylan; la mamma che profumava di Dior e della crema Cera di Cupra; la mamma che le sembrava altissima sui suoi zatteroni e i jeans a zampa d’elefante.
Ma, in modo improvviso, era anche capace di trasformarsi in una mamma severa e tradizionalista; rigida nel far osservare a Dunya certi comportamenti di fronte agli adulti della famiglia o dei conoscenti: mai rispondere ad una persona più grande; salutare e ringraziare e non mettersi in evidenza. Non che Dunya avesse mai desiderato essere sotto i riflettori, se avesse potuto si sarebbe mimetizzata, se non resa invisibile, pur di evitare le solite domande degli adulti somali:” Oh tu sei Dunya? Mi ricordo di te a Mogadiscio, ma come sei cresciuta!” Ovviamente tutto questo in somalo, che aveva dimenticato subito poiché era arrivata a Roma a cinque anni. Quando scoprivano questa orribile e disgustosa pecca la assalivano con una sfilza di domande che sparavano come proiettili al suo indirizzo, come fosse il peggior peccato al mondo! “ Come? Non parli somalo? Non è possibile! Questo non va bene, tu SEI somala, tu DEVI parlare la tua lingua madre!” poi si rivolgevano alla madre consigliandola, dicendole di parlarle sempre in somalo, di non farle perdere le radici, di non dimenticare la sua terra d’origine.
Allora, salva da altri rimproveri e trasferita l’attenzione sulla madre, Dunya la osservava quasi chinare la testa colpevole, piena di rimorso perché sentiva su di sé il peso della colpa per la non-somalità della figlia! Ed ecco che riaffiorava la madre tradizionalista, osservante delle regole e dei costumi somali e quasi esplodeva esclamando “ Eh, purtroppo, tutti questi anni trascorsi qui hanno fatto dimenticare il somalo a mia figlia! La scuola, gli amici, il suo continuo leggere libri in italiano, studiare altre lingue invece di riprendere la sua lingua madre… a volte rimpiango di averla portata qui, ha dimenticato tutto della Somalia!”
Dimenticato tutto della Somalia! Ma se aveva appena cinque anni! Non sapeva nemmeno cos’era la Somalia o cos’era l’Italia! Succedeva, però, che si sentiva “macchiata” di una gravissima colpa e, se prima aveva dei dubbi su chi era e da dove veniva, quelle parole la portavano a rifiutare ancora di più la sua origine.
In questo modo accadeva uno sdoppiamento dentro di lei. Una parte di Dunya rifiutava tutto quello che era legato alla Somalia: la lingua, i costumi, le festività e le riunioni tra i somali. Evitava la gente e i parenti se poteva, a meno che non fossero troppo critici verso di lei.
Ma era davvero impossibile dimenticare da dove proveniva, a volte bastava un semplice piatto cucinato dalla madre come bris iyo hilib, riso con carne e aromi vari o una semplice, dolce tazza di shai, il the somalo speziato con cardamomo, cannella e chiodi di garofano e una bella dose di zucchero, che sorseggiava con la mamma il pomeriggio, chiacchierando del più e del meno.
Quelle spezie e quel the dolce le riappacificavano con il mondo e cancellavano ogni dubbio o rimorso: c’erano solo lei e la madre. Il resto del mondo con i suoi problemi sull’identità e il senso di appartenenza non esistevano più! In quel momento appartenevano a loro stesse, due donne che si amavano a dispetto delle differenze che potevano dividerle.
Ancora oggi Dunya non ricorda se da piccola, la madre le raccontava le fiabe somale, con personaggi legati alla natura africana: iene, serpenti, gazzelle e coccodrilli. Non ha memoria di storie narrate dalla voce somala della mamma, ma ricorda bene la ninna nanna che cantava. E, ogni volta che sente cantare quella nenia, le si addolcisce il cuore e si commuove e sente che anche questa ninna nanna, ancestrale e così forte, le appartiene, appartiene a loro due e le lega in un rapporto che oramai ha superato i confini del luogo e della lingua. I rimpianti, ora che anche lei è una donna adulta, affiorano come piccole ferite, un dolore lieve e persistente la accompagna.
Ora che è grande Dunya non avrebbe voluto prendere per scontato i suoi racconti e proverbi che la mamma ogni tanto tirava fuori, ora che si sentiva sempre più colma di nostalgia; avrebbe voluto scriverli, conservarli come un baule di ricordi che si tramanda da madre a figlia, ma non l’ha mai fatto e non sa se è ancora in tempo per poter ricostruire quelle fondamenta che non sente salde sotto di sé.
Si ritrova quindi, a guardare le foto del nipote che non incontrerà mai, del quale dimenticherà il nome, o si confonderà tra le decine di nomi dei nuovi nati dalle sue cugine. Guarda quel faccino paffuto, color cioccolata e capelli sparuti e neri. Lo osserva e pensa che forse lui ricorderà bene la ninna nanna della sua mamma, conoscerà bene le tradizioni della sua famiglia, potrà conversare e scherzare in somalo, mentre con gli amici potrà ridere e confidarsi in inglese. Ecco, in quel momento, invidia suo nipote.
Vorrebbe tornare indietro, all’età di cinque anni e ritrovarsi legata saldamente alla sua lingua madre, alla mano della mamma che la guida nella vita, vorrebbe non aver mai perso questo laccio ombelicale con la sua terra natia, con i suoi ricordi d’infanzia lasciati a Mogadiscio, insieme alla terra sabbiosa, alle urla dei bambini che corrono per le stradine del suo quartiere. Vorrebbe risentire la voce del nonno burbero che li ha lasciati troppo presto; vorrebbe poter ascoltare i suoi racconti di ascaro, dei suoi anni trascorsi in Etiopia quando la nonna pensava di averlo ormai perso, di non rivederlo mai più salvo ritrovarselo davanti alla porta anni dopo, magro come uno stecco e scuro come un tizzone bruciato.
Subito dopo si risveglia dai suoi rimpianti, dai suoi desideri effimeri. Cosa le manca davvero? Quando una somala può considerarsi donna? Solo se ha dei figli? Scambierebbe la sua vita indipendente, con quella di una qualunque delle sue cugine? Ci pensa su e si risponde di no.
In fondo non scambierebbe la sua vita per quella di nessun’altra donna. In fondo ha avuto una vita serena, difficile, piena di sacrifici certo, ma ha avuto sempre accanto sua madre. Una mamma anche incoerente nel suo infinito amore per lei, ma anche critica nei suoi confronti, soprattutto riguardo al suo essere poco somala; per il resto la amava ed era orgogliosa di lei anche se questo lo capii in modo chiaro da adulta.
Non è vero che si comprende una madre solo quando si diventa madri. Dunya comprendeva ora il dolore della sua mamma per aver lasciato il proprio paese, la sua solitudine, il suo coraggio e la sua abnegazione nel crescerla. Capiva anche il desiderio di ripercorrere i suoi passi e tornare nella terra dei suoi genitori, il bisogno di ritrovare i profumi e i colori che sentiva a vent’anni, la necessità di riprendere il suo dialogo mai interrotto, ma nascosto, con Dio.
Dunya tutto questo lo sentiva chiaro nel suo cuore, mentre prendeva la sua tazza di shai che l’aveva immersa nella nostalgia della sua Hooyo, la sua mamma.
Un detto dice che ci sono due cose che bisogna donare ai bambini, una sono le radici, l’altra sono le ali. Ebbene Dunya pensa che il crescere tra due mondi le abbia donato delle radici alate, perché il mondo è parte di lei; quindi se gli altri aprissero un poco la loro mente, forse potrebbero vedere questi suoi due mondi. Lei sa bene che anche la sua mamma li vede chiaramente ora, perché sono il suo dono.
© R. NUR

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