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lunedì 23 dicembre 2013

Sento

Sento solo le grida
 Dei tuoi bisogni
 E i tuoi silenzi di sonno 
 Le speranze taciute
 I desideri chiusi 
 Nel segreto scrigno del silenzio 
Avvolti nel nulla delle giornate 
Nelle quotidiane azioni 
Fatte di risa soffocate 
Di apatica gestualità 
Con la mente nell'altrove
 Lontano da tutto

Sei

Sei un fiore
Sei l'alba della Vita
Sei il desiderio
Ma anche il diniego
Sei già amata
Prima ancora di essere lasciata
Sei parte di noi
Sei il nostro Mondo

Quell'angolo lì

(16 Novembre)

Quasi quasi mi lascio andare,
 lascio che il mio cuore
 si apra e ti accolga in quell'angolo lì,
 lasciato apposta per te da tempo immemore... 
Ha la giusta forma per te, 
potrai nasconderti lì quando vorrai,
Potrai urlare,
Potrai gioire
Potrai piangere
Potrai ridere
Potrai confidarti
Potrai anche fare finta di nulla
Fingere che io non ci sia...
Ma quel posto
Sarà sempre lì
Pronto ad accoglierti
Come una calda coperta.

giovedì 10 ottobre 2013

LE RADICI NASCOSTE IN ME

23 Ottobre: due giorni fa mi hanno comunicato che questo breve racconto è tra i dieci finalisti del concorso "Parole per strada" di Rovereto e farà parte della Mostra Itinerante che si terrà dal 30 Novembre al Polo Culturale e Museale di Rovereto.



Vedevo solo nuvole bianche, un sole sfavillante ed accecante; il rumore gorgogliante dell'aereo che mi trasportava. Avevo solo cinque anni, se avevo paura di volare non me lo ricordo; in quel momento la curiosità e la novità erano le uniche sensazioni che occupavano il mio cuore e la mia mente, non avevo coscienza di dove andavo, né da dove venivo. Non c'era un parente, una mamma, un conoscente, ad accompagnarmi in questo volo.
La mia unica “amica” era una hostess gentile, bionda, bellissima ai miei occhi di bimba, che ogni tanto veniva a controllare se stavo bene, ma in quale lingua comunicavamo? La lingua universale di una donna e di una bimba, l'essenziale, bisogno-adempimento.
Le mie radici erano state strappate bruscamente dalla terra che mi aveva vista nascere, ora me le portavo dietro, nascoste dentro di me ma allo stesso tempo visibilissime per chiunque: erano lì nella grana delicata e liscia della mia pelle; nei soffici ricci che contornavano il mio viso; nelle parole che a stento uscivano dalla mia bocca per timore e timidezza in una lingua che presto avrei dimenticato; nel cibo che aveva riempito il mio piccolo stomaco nei primi anni della mia vita.
Quelle stesse radici, di lì a poco, sarebbero state accolte da una nuova terra, fertile ma dura allo stesso tempo; avrebbero faticato ad aggrapparsi al terreno ma non a trovare nutrimento: la storia, la lingua, i sapori, le idee avrebbero subito iniziato il loro cammino vorticoso nella mia anima.

( Breve racconto per il concorso Parole x Strada di Trento)






























Wiilka oo qorah iyo dabelyo - Il figlio del Sole e della Tempesta di Rahma Nur (Somalia)

Hassan era nato un giorno in cui la pioggia si riversava sulla città di Mogadiscio come un diluvio, sembrava che il mondo dovesse finire. La madre di Hassan, Medina, sentiva solo i dolori del travaglio; nel suo Cariish"1 dal tetto di lamiera, dove la pioggia batteva senza posa, come tamburi che si richiamano l’uno con l’altro, Medina stringeva la mano di sua madre, mentre l’ostetrica le diceva di spingere forte, che vedeva la testa del suo piccolo. Nessuna di loro sapeva che fuori imperversava una tempesta, che le strade non erano più tali, ma si erano trasformate in fiumi che si incontravano per formare un fiume ancora più grande e pericoloso, che trascinava chiunque e qualunque cosa con sé. Le tre donne erano occupate a far nascere Hassan che uscì dal grembo di sua madre con un ultima forte spinta e un grido che per qualche secondo sovrastò il fracasso della pioggia battente sul tetto di lamiera. Poco dopo, quel grido, fu sostituito dal pianto dirompente e ribelle di Hassan, che urlava al mondo il suo dissenso per essere stato trascinato fuori dal suo rifugio. Medina era senza forze, l’ostetrica tagliò il cordone, pulì grossolanamente il bebè e lo poggiò sulle braccia stanche di Medina che pianse nell’accoglierlo. Lacrime di gioia e di dolore, per un bimbo senza un padre.
Appena Hassan iniziò il suo pianto, la natura si stupì e smise di piovere all’istante. Il cielo si rasserenò ed uscì un sole luminoso e caldo. Ben presto i rigagnoli d’acqua si asciugarono e gli uccelli ripresero il loro canto. Poiché nelle nascite quel che conta è la natura, l’inizio dell’esistenza di Hassan sarà ricordato per sempre come “il giorno della tempesta e del sole”. Questo era uno dei tanti modi per registrare una nascita all'interno di una famiglia, se qualcosa di particolare era accaduto quel giorno, allora sarebbe stato più facile ricordarlo.
Medina iniziò a cullarlo subito, a soffiargli nell’orecchio la dolce nenia che tutte le mamme mogadisciane cantano ai loro figli: ''Huwaaya huwaa, hooyadaa ma joogto, kor iyo kofor ee jirtaa, kabaheedi qaadatay … '' Huwaaya Huwa, la tua mamma è uscita, di qua e di là è andata, ha preso le sue scarpe…
Lo cullò così, gli diede il benvenuto con le prime parole somale, per abituarlo subito a quei suoni. La nonna lo guardava con gli occhi pieni di pianto, felice per essere nonna di un bel maschietto ma anche triste perché il padre non era lì a festeggiarlo.
La città di Mogadiscio cercava di riprendersi da vent’anni di guerra civile2; le case erano martoriate da colpi di mortaio come i cuori dei suoi abitanti dalle perdite dei loro cari. Il papà di Hassan era una di quelle vittime, morto un mese prima di conoscere il suo primo figlio. Certo, Hassan avrebbe saputo chi era il padre, il suo nome, il suo clan, la sua storia, ma sarebbe stato un orfano.
Ad accogliere Hassan non c’era tutta la famiglia e questo sarebbe stato un altro segno per lui. Il clan è importante per i somali, il padre è importante per i somali e il nome della famiglia è tutto. Senza un nome, un clan si è nudi ed indifesi e Hassan in quel momento era nudo ed indifeso come la tartaruga della storia, “Din”; ci voleva coraggio e forza per sopravvivere in una società senza una corazza, senza il carapace.
Waagii hore diinku hilib guduudan buu ahaa”… una volta la tartaruga era carne nuda. Andava in giro solo all’alba e al crepuscolo per non essere bruciata dal sole e non essere vista dagli animali carnivori.
Un giorno come prova d’amore e di fedeltà, Hawa (Eva) chiese ad Aden (Adamo) di portarle il fegato di tartaruga.
Aden era un uomo saggio ed era combattuto tra il desiderio di accontentare la sua compagna e quello di risparmiare la vita della tartaruga.
Alla fine però decise di soddisfare il capriccio di Hawa. Chiamò tutti gli uccelli rapaci e comandò loro di trovargli il fegato di tartaruga e di portarglielo.
La tartaruga, che aveva sentito le terribili parole di Aden, si nascose sotto un cespuglio piangendo e chiedendo la protezione di Dio.
Allah esaudì la preghiera della tartaruga e la coprì di una pelle squamosa e forte come la pietra che nessuno poteva penetrare.
Gli uccelli provarono a beccarla e beccarla, ma alla fine tornarono da Aden senza fegato e con il becco storto ricurvo come l’hanno oggi.
Da quel giorno la tartaruga non teme nemici, perché nessuno è in grado di rompere la corazza che la ricopre.”
Questa fu la storia che Medina raccontò al suo piccolo Hassan quando cresciuto un po’, l’ascoltava estasiato. Amava da impazzire le storie che la mamma gli raccontava, storie di animali e di persone che non esistevano più, storie che erano passate di bocca in bocca, di padre in figlio, di generazione in generazione; ancora oggi queste storie forgiano la vita dei giovani somali, per i quali gli anziani sono le colonne portanti della famiglia e della società. Le storie appartengono alla memoria degli antenati che l’hanno tramandata oralmente per secoli, finché nei primi anni ’70, i somali hanno avuto una lingua scritta.
Molte di queste favole appartengono al mondo pastorale somalo e contengono sempre un insegnamento didattico; i protagonisti sono quasi sempre animali personificati proprio per aiutare i bambini a comprenderle.
Quando fu un po' più grande, la mamma iniziò a raccontargli di suo padre: era un uomo forte e coraggioso, che amava la sua terra e la sua famiglia. I suoi genitori avevano sempre abitato a Mogadiscio, “Xamar”, come l'hanno sempre chiamata gli “Abgal3, quelli del loro clan. Ma ora la città, con la guerra civile, era piena di persone di vari clan, dal Nord della Somalia, come dal Sud e da altre zone. Tutti erano interessati al suo valore strategico e i vari distretti della città, erano stati chiusi per tutto il periodo della guerra, divisi da mura invisibili, fatte dal sospetto e dalla paura. Ma il papà era stufo di vivere nella paura, la sua “Xamar” doveva rinascere più bella e più forte di prima e lui lavorava affinché questo sogno potesse avverarsi.
Un giorno, era andato con altre persone a scavare lungo una strada che delimitava il loro quartiere “ Halwadag”, a sistemare i cavi dell'elettricità, quando un pazzo iniziò a sparare contro di loro. Era un ragazzo sotto l'effetto di una droga, che blaterava contro la modernità e il nuovo governo. Nella sua pazzia aveva sparato alla cieca, colpendo Ibrahim, il papà di Hassan, in pieno petto e un altro operaio alle gambe, prima che due uomini lo fermassero. Per Ibrahim non ci fu nulla da fare.
Medina era incinta di pochi mesi quando accadde tutto questo e per poco non perse il suo bimbo. Si affidò a “Illahey4”, che le desse la forza di sopportare questo dolore e di crescere suo figlio da sola.
Lentamente la città di Mogadiscio, cercava di riprendersi i suoi colori, spenti per vent'anni: la gente e la città aveva voglia di rinascere. Hassan cresceva insieme alla sua città. Ogni mattina, la mamma gli preparava “Caanjero”5 simile alla “njera” etiope ma più piccola, oppure “Malawax” una specie di crepes con un po' di olio di sesamo e zucchero; altrimenti “miishari”, semolino di sorgo con un po' di latte e zucchero. Quando avanzava un po' di sugo dalla sera prima, allora poteva aggiungere questo “Maraq” e la colazione allora era più gustosa. Non c'era una scuola a cui correre incontro nelle giornate di Hassan; finché era piccolo, la sua scuola erano la mamma e la nonna; quest'ultima gli insegnava il Corano, le sure più facili per un bimbo, le preghiere più semplici. Hassan seguiva la nonna nelle sue preghiere, si inginocchiava accanto a lei e ripeteva la preghiera. All'età di cinque anni aveva già imparato i momenti salienti della preghiera, dall'apertura “Bismillahi r-Rahmâni r-Rahim Al hamdu li-Llahi rab-bil 'alamin...” a qualche ayat che la nonna gli aveva insegnato. Quando fu un po' più grande, iniziò ad andare anche alla scuola coranica. Insieme ad altri bambini del suo quartiere, imparava a scrivere su pezzi di legno, le sure e, se faceva qualche errore, il maestro gli dava botta con un ramoscello sulle mani o sulle gambe. Non era certo come la nonna, quel maestro! A casa se sbagliava, la nonna lo rimproverava e pazientemente gli faceva ripetere la frase.
Quella fu la sua scuola per un po' di tempo, fino a che non iniziò a frequentare un'altra scuola, aperta da una ONG dove, finalmente poté imparare a scrivere in somalo e in inglese, dove imparava anche la matematica e a fare i calcoli. Non avevano molti banchi e spesso divideva il suo con altri due o tre bambini; non tutti avevano un quaderno o una matita, così alcuni scrivevano, altri ascoltavano solamente. A volte la scuola saltava perché l'insegnante non veniva o perché era semplicemente pericoloso uscire di casa quel giorno; avevano sentito uno scoppio da qualche parte e si preferiva non avventurarsi fuori.
In fondo loro erano fortunati, perché la sorella di Medina viveva a Londra da diversi anni, era riuscita a scappare dalla guerra civile, ad attraversare terre e mare e a sopravvivere a tutto per giungere in Europa e chiedere asilo politico. Da Londra, ogni mese, mandava a sua madre e alla sorella vedova, 100 dollari per vivere, a volte di più, a volte di meno.
Non sempre avevano la fortuna di mangiare due pasti al giorno: gli alimenti costavano molto, era tutto importato e i prezzi salivano di giorno in giorno. Spesso, gli alimenti venduti erano gli aiuti umanitari della FAO o dell'ONU, che i malavitosi del luogo rivendevano al popolo.
Per Hassan era una festa quando la mamma riusciva a comprare gli ingredienti e a preparare “Xalwo”, il tipico dolce somalo, nelle occasioni speciali, matrimoni o Eid. Lì c'era da leccarsi i baffi per lui e si dimostrava molto disponibile ad aiutare la mamma nella preparazione e le portava tutti gli ingredienti: amido di mais, zucchero, polvere di cardamomo, noce moscata, e “ghee”un tipo di burro asiatico.
Medina, mentre cucinava, raccontava altre storie al suo bambino e spesso le parlava di come Xamar, la loro città, fosse piena di colori; il bianco delle case, il verde acceso degli alberi, il rosa, il rosso delle bouganville, l'arcobaleno variopinto delle “fute” e dei “garbasar” delle donne. Poi, all'improvviso tutto perse il proprio colore, con l'arrivo dei “ gar dhere”, dei “barba-lunga”, tutto divenne grigio e nero; le donne non poterono più indossare il loro caratteristico vestito; gli alberi sparirono divorati dal fuoco, le case si ingrigirono e furono colpite da cannoni e fucili. Lo avvertì di stare attento ai “gar dheer”, di stargli alla larga, altrimenti anche lui sarebbe diventato grigio e triste. Gli spiegò che questi uomini-grigi, barba-lunga, erano melliflui, lo avrebbero affascinato con i loro racconti di santità, di piegarsi al volere di un essere superiore per avere la vita eterna, in cambio della vita di innocenti. Gli disse che c'era un unico Dio, misericordioso e compassionevole, che amava i suoi fedeli e che non avrebbe mai preteso la morte di innocenti in suo Nome, “Alhamdullilah”! Concludeva.
Quel giorno, sapendo quanto gli piaceva “Xalwo”, gli raccontò una storia molto divertente sulle differenze nel linguaggio tra il Nord e il Sud della Somalia. Questa storia riguardava proprio la parola “Xalwo”, che al Sud definisce un dolce, mentre al Nord è il pronome femminile.
C'erano una volta due uomini, uno del Nord e uno del Sud. Quest'ultimo era entrato nel negozio del primo in cerca di “xalwo”.
Uomo del Sud: avete della xalwo?
Uomo del Nord: (sospettoso)Si
Uomo del Sud: ah, io amo xalwo, è così tenera e deliziosa!
Uomo del Nord: ( sempre più sospettoso) e come fate a sapere che è tenera e deliziosa?
L'altro che aveva l'acquolina alla bocca e desiderava ottenere il dolce, rispose: “Lo so, lo so, me la gusto tutti i giorni!”
L'uomo del Nord, ormai arrabbiato e convinto che quel tipo avesse dormito con sua moglie e che ora si stesse vantando, stava per arrivare alle mani con lui, quando un altro uomo che era lì e conosceva quest'ultimo, intervenne appena in tempo informandolo che al Sud, xalwo è semplicemente il nome di un dolce!”
Hassan e la mamma continuarono a ridere per tutto il periodo di preparazione del dolce, il bimbo già pregustando il momento in cui quella delizia sarebbe arrivata nella sua bocca!
Hassan cresceva e la sua vita si svolgeva in una zona piccolissima di quella grande città. Non sapeva quanto poteva essere vasta Mogadiscio perché per lui era già enorme il suo quartiere che non aveva nemmeno percorso interamente. Sapeva che la sua città si affacciava su “bad-weyn”, sull'oceano, ma non ci era mai stato. Intorno al suo quartiere si sentiva al sicuro, si conoscevano quasi tutti e spesso si incontrava con i suoi amici, ma non si allontanavano mai molto; ad Hassan, le parole di avvertimento della mamma rimbombavano continuamente nella testa e, se vedeva un “gar dhere”, si nascondeva.
Sapeva che quest’ultimi cercavano fanciulli come lui, per portarli via e addestrarli a combattere e a pregare, ma lui non voleva lasciare la sua famiglia.
Un giorno tornando da una delle sue piccole scorribande con gli amici, si scontrò con un tipo alto, ben vestito e una piccola barba che gli contornava il mento. Hassan si spaventò e rimase impietrito a guardarlo, non osava muoversi: era sempre tornato a casa tranquillo, mai incontri con sconosciuti, così non seppe cosa fare.
Assalam Alaikum, wiilkeeyga, i waraan? La pace sia con te, figliolo, come vanno le cose?” lo interrogò il tipo.
Hassan, ammutolito dalla sorpresa e dallo spavento insieme, non seppe cosa dire lì per lì, poi, balbettando rispose “ Alaikum Salam, adeer, Waan fiicanahay, Alhamdullilahi! La pace sia con te, zio, sto bene, grazie a Dio!”. Riferendosi a lui con il termine “adeer”, zio, rivolto in tono rispettoso agli uomini adulti somali.
L'uomo allora gli chiese “Halkee degan tahay ?Abiti da queste parti? Anche io abito qui vicino, magari possiamo fare la strada insieme eh?”
Hassan fu ancora più sorpreso perché prima di allora non aveva mai visto quell'uomo e di certo non era un suo “deris” (vicino di casa)... Non gli rispose ma iniziò a camminare lentamente, cercando di riflettere sul da farsi.
L'uomo allora continuò a parlare: “ Dobbiamo ringraziare Allah per quello che ci dà, tu lo fai? Vai alla scuola coranica?”
Si, certo; la mia famiglia ci tiene alla mia educazione e vado ad entrambe le scuole, quella coranica e in quella dove imparo a leggere e scrivere in somalo e in inglese” rispose Hassan.
Bene, bene, si vede che sei un bravo figliolo e ubbidisci ai tuoi genitori. Ma la vera scuola è solo quella coranica, nel Sacro Libro, trovi tutto quello che serve. Tutto il resto è “haram”, impuro. Sai, io e i miei fratelli abbiamo una vera scuola coranica; possiamo insegnarti tante cose interessanti e possiamo anche addestrarti ad essere forte e coraggioso, ti piacerebbe frequentare una scuola del genere?” replicò l'uomo, camminando accanto al bambino.
Hassan rifletteva velocemente, cercava di mantenersi calmo ma era preoccupato, come fare per liberarsi di quell'uomo? Non passava nessuno per la strada in quel momento, nessuno che lui conoscesse per potersi sganciare da quell'individuo. “Essere forte e coraggioso?” si chiedeva tra sé e sé, ma la forza e il coraggio o ce l'hai o no, come si fa ad insegnare una cosa del genere? Hassan rifletti, si diceva, cosa vuole questo tizio?
Per farlo parlare, Hassan annuiva, ma non rispondeva. Il “barba-lunga” sembrava pensare che Hassan fosse interessato alle sue parole e così continuò a parlare : “ Sai, questo paese si rovinerà ancora di più se continuiamo a far entrare gli stranieri, questi infedeli vogliono rubarci l'anima, uccidere la nostra gente e la nostra religione!”
Il bambino lo guardò per un secondo esterrefatto “Uccidere la nostra gente? Ma non erano loro a fare gli attentati a persone innocenti? Persone che erano andate a fare spesa al mercato o a pregare in Moschea?” Pensò ancora tra sé e sé.
Dobbiamo difenderci da questo malcostume portato dagli infedeli, dobbiamo tornare alla religione in tutto e per tutto! Allora, cosa ne pensi? Ti va di venire con me e dare un senso alla tua vita? Non dovrai pensare a niente altro, ti daremo tutto: una casa, una famiglia, cibo e armi e imparerai tante cose e come premio alla fine, avrai il paradiso!” Concluse il tizio.
Hassan allora cercò di tergiversare, di usare il suo stesso tono: “ E' molto interessante quello che mi dici, ma come faccio a lasciare la mia mamma e la mia nonna? Sono sole, mio padre non c'è più e non hanno nessuno oltre a me. Posso provare a parlarci, a convincerle che è per il mio bene, ma ho bisogno di tempo, non sarà facile.” e lo guardò in viso, sorridendo, convinto di quello che diceva. Intanto si era ricordato di una storia che la nonna gli aveva raccontato:
Il potere dell'educazione”
Una volta c'erano due uomini, due cugini che viaggiavano insieme, stavano andando in una scuola speciale dove insegnavano la religione. Durante il viaggio si fermarono in una città governata da un re ignorante, senza educazione; poiché era venerdì, si recarono alla Moschea per la preghiera. Il re, dopo la preghiera, iniziò il suo sermone pieno di non sense. La sera, dormirono in quella città e il mattino dopo continuarono il loro viaggio.
Finalmente arrivati a destinazione, cominciarono i loro studi sulla religione Islamica. Trascorso il periodo di studio, uno dei due disse di tornare a casa. Ma l'altro rispose che voleva continuare a studiare, questa volta voleva dedicarsi allo studio della politica. Il primo uomo invece decise di tornare a casa, si salutarono e l'altro riprese il suo viaggio.
Passò di nuovo nella città del re ignorante e, poiché era venerdì, si fermò di nuovo alla Moschea dove il re dirigeva la preghiera. Pregò insieme agli altri fedeli, al termine della preghiera, il re cominciò con il suo discorso sciocco. Poiché era il re, nessuno si sentì di interrompere o dire nulla, ma quell'uomo che aveva studiato la religione, non poteva accettare gli errori del discorso del re, quindi prese la parola, dicendo il contrario di tutto ciò che il re aveva appena blaterato. Lo fece passare per un incompetente e stupido. Il re si infuriò, chiamò le sue guardie e lo fece gettare in prigione.
Dopo due anni, il cugino, che aveva terminato i suoi studi di politica e stava tornando a casa, si fermò in quella città anche lui per una sosta. Non sapeva che il cugino era imprigionato lì. Capitò nella città di nuovo di venerdì, quindi andò alla Moschea per la preghiera, terminata la quale, il re fece di nuovo il suo solito discorso stupido. Alla fine del discorso, lo studente di politica alzò la mano, chiedendo la parola, il re gliela concesse e lui disse: “ Il vostro re è un uomo così intelligente!” e continuò a lodarlo in quel modo, poi disse:”La persona più fortunata al mondo è quella che prega con questo re per quattro Venerdì, ma sarebbe ancora più fortunata se tagliasse un capello dalla sua testa!” e la gente corse per prendere un capello dalla testa del re, tutti i fedeli della Moschea, cercarono di strappare un suo capello, salirono dappertutto pur di riuscire a prenderne uno. Alla fine, soffocato da quella moltitudine di persone, il re morì. Allora la gente di quella città, scelse lo studente come loro nuovo re. Il nuovo re liberò i prigionieri dal carcere e tra di loro, trovò il cugino che, dopo due anni in prigione, era sporco, con barba e capelli lunghi, ma vivo!
Hassan sorrise dentro di sé al ricordo di questa antica storia, che la nonna aveva sentito da suo padre, tanto tanto tempo fa e che, sicuramente, questo “barba-lunga” non conosceva affatto!
Il “barba-lunga” che osservava il bambino sorridere, pensò di averlo convinto con i suoi discorsi e che non c'era bisogno di aggiungere altro e attese una sua risposta. “ Mi piacerebbe molto venire con te subito, ma permettimi di andare prima a casa ad avvisare la mia famiglia delle mie intenzioni, non posso lasciarle così, su due piedi!” disse Hassan con il tono più sicuro e convincente che riusciva a fare. Il tizio, tronfio e felice di avere un nuovo adepto alla sua causa, abbagliato dal suo successo personale, acconsentì :” Ma certo! Allora ti accompagno, così ti aiuto a convincerle!” Hassan ebbe un tuffo al cuore! Non voleva di certo portarselo dietro quel “barba-lunga”! “ Noo, non c'è bisogno! La strada fino a casa è lunga. Mi puoi aspettare qui, non voglio che ti stanchi e che fai avanti e indietro. Sono sicuro che ci vorrà poco: vado, le convinco e le saluto, va bene? Mi aspetti qui, zio?” Disse Hassan, usando un tono gentile e rispettoso e chiamandolo di nuovo “adeer”, come si fa con gli adulti degni di rispetto e considerazione. Prima che il tizio potesse replicare, Hassan schizzò via, come una freccia, più veloce del vento verso casa sua, senza che quel tipo avesse il tempo di dire o fare qualunque cosa.
Arrivato davanti alla porta di casa, entrò trafelato e felice di averla scampata bella! Raccontò con il fiatone alla mamma e alla nonna come mai era entrato così di corsa e dell'incontro con il “gar dheer” che voleva rapirlo e portarlo via dalla sua casa e dalla sua famiglia.
Medina e la nonna si guardarono negli occhi e si sorrisero furbe, le storie che gli raccontavano allora avevano lasciato i loro semi e cominciavano a fruttare! Furono felici di constatare che funzionavano e che il loro piccolo Hassan stava crescendo forte dei loro insegnamenti, sicuro e in grado di lottare contro le prepotenze e le false verità dei cattivi di turno e di chiunque avesse provato a costringerlo a seguirlo nei pensieri e nelle azioni.
Hassan era proprio il “figlio del sole e della tempesta”, perché dietro quello spirito allegro e indomito, si celava un futuro uomo forte e combattivo!

(Questo racconto farà parte di un'antologia di favole interculturali)










1“Caarish” è un'abitazione composta da una stanza sola, fatta di fango e legno ed intonacata; spesso, ci sono due o tre di queste abitazioni con un cortile in comune.
2In Somalia, Africa Orientale, nel cosiddetto “Corno d'Africa”, nel 1991 è scoppiata una guerra civile, dopo la cacciata dal paese del dittatore Siad Barre.
3“Abgal” è il nome di uno dei tanti clan somali, sottoclan degli Hawiye che è uno dei principali insieme ai Darod, Isaq e così via. Gli Hawiye quindi gli Abgal, occupano soprattutto il centrosud della Somalia.
4“Illahey” in somalo, Dio.
5“Caanjero”

LA CONCHIGLIA

Non c’era nessuna valigia
Da preparare
Non c’era nessun documento
Da portare
Solo un corpo e
Un’anima smarrita

Mi hai presa per mano
E nella tua ho stretta la mia
Piccola, fragile, magra
Non avevo idea di dove andavamo
Non avevo idea da dove venivamo
Era solo casa
Era solo famiglia

Alla spiaggia
Mi hai stretto ancora più forte la mano
Ti sei chinata
Ho visto i tuoi occhi bagnati
Lacrime lapidarie
Rigare il tuo viso
Hai preso una grande conchiglia
Me l’hai poggiata sull’orecchio
Ascolta, la musica del mare
Il richiamo del ventre terreno
Non dimenticare mai
Da dove vieni
Non dimenticare mai chi sei
Non dimenticarmi mai!”
Hai posato la conchiglia nella mia mano
E con essa hai lasciato la vita nelle mie mani.
La conchiglia è ancora con me
La vita è ancora con me
Ma tu, dove sei?

CERCHI CONCENTRICI



Dal ventre
di una donna
è nato
un essere umano
minuscolo, indifeso
amato nell'indifferenza altrui
vezzeggiato e curato
nel segreto amore
di una giovane madre

Bambina violenta
cresciuta nella solitudine
delle folle

Ragazza triste
dal luminoso sorriso
che celava pochi sogni
e sparute speranze

Donna dallo spirito indomito
lottava inconsapevole
trascinata dall'inerzia
della vita

Ogni giorno
un continuo rinascere
nell'infinita stringa
di cerchi concentrici
di un Io sfaccettato
che si rifletteva
nella stessa ripetuta essenza degli anni: donna.
 
( 13/02/2013)

Hooyo Macaan

"Oggi, 4 Agosto 2013, sono arrivati circa 90 somali migranti a Lampedusa... Tre donne sono giunte morte..."


Madre
Non piangere
Io parto
Mi attende la speranza
Al di là di questa nostra terra martoriata
Mi attende la libertà
Al di là di questi attacchi suicidi

Madre lo so
Il mondo è grande
Le terre da attraversare sono tante e aride,
L'oceano immenso e pericoloso

Madre lo so
La tua felicità sono io
La tua vita sono io

Madre comprendimi
Qui non c'è felicità per me,
Qui non c'è vita per me.

Madre amami così come sono
Madre benedici tua figlia
Madre prega per me
Perché questo viaggio
Sia solo l'inizio
Di una nuova vita

Madre
Aspetta una mia chiamata.

Madiba

Era nato in una terra libera
In una casa libera
Tra donne e uomini liberi
Ha alzato gli occhi
Verso un cielo libero
Allungando lo sguardo
Allo spazio infinito
Pronunciando parole di libertà
È stato percosso, torturato
Rinchiuso ed imprigionato
ma le idee non conoscono sbarre
Esse hanno cominciato
A percorrere strade
A passare di bocca in bocca,
Di terra in terra
Di nazione in nazione
Si sono diffuse nel mondo
Di linguaggio in linguaggio
Più forti di qualsiasi mano torturatrice
Di qualsiasi segregazione
Più forti dell'ignoranza e del razzismo.
Le sue idee hanno valicato
Confini visibili ed invisibili
Ed hanno aperto la sua cella
Di prigioniero libero!

martedì 2 luglio 2013

PRIMO LUGLIO


 foto di Stefano Romano
 Festa dell'Indipendenza della Somalia

 
Dovunque
nel mondo indifferente
donne
 
vestite con i colori più sgargianti,
 
spalle coperte da garbasar
  multicolori
teste abbellite da shash variopinti
giovani bellezze dagli sguardi 
ridenti
donne decorate da rughe
definite dagli anni
 
cantano ed ululano
 le loro grida allegre
al cielo di Roma,
 
i loro canti viaggiano dalle loro gole
verso la Somalia
le loro braccia sventolano bandiere color del cielo
e una candida stella
orgogliose e stanche
dopo tanti anni
di fatica e di sogni.
(R. Nur)

lunedì 8 aprile 2013

TULIPANI

Rossi
con striature arancioni
si lanciano verso il sole
come innamorati
in cerca di di un abbraccio
protesi verso la luce
attendono con pazienza
che i raggi li accarezzino
                              








                                                   
L'altro
bianco e candido
si è quasi chiuso in sè
come ad abbracciare
la sua stessa solitudine!
(Raki)   



martedì 2 aprile 2013

LINGUA MADRE 2013

Mi è stato appena comunicato che un altro mio racconto, "Due Sorelle", verrà pubblicato prossimamente nella raccolta del concorso Lingua Madre 2013! Non ho vinto questa volta, ma è bello sapere che il racconto è stato scelto con altri e che sarà pubblicato!
Il racconto vincitore "Volevo essere Miss Italia" dello scorso anno lo potete trovare nella raccolta di racconti del libro Lingua Madre 2012!


domenica 24 marzo 2013

MY PERSONAL HERO ( di Fai Nur)


Questo è un testo che mia nipote ha scritto qualche tempo fa per l'iscrizione ad un college americano... è in Inglese perchè i miei nipoti sono canadesi-americani-somali e la loro lingua è l'Inglese. Mi sono commossa nel leggerlo ma, allo stesso tempo, mi sono sentita così orgogliosa della mia nipotina!!

                                                    immagine da black superheroes.tumblr

MY PERSONAL HERO


For as long as I can remember, traveling has been a love of mine. Traveling gives you a firsthand look into other people’s lives compared to your life, whether it’s drastically different or not. I am fortunate enough to have family around the world, and one individual who has made a significant impact on me lives just across the pond. Though I only see my aunt every few years, the lessons I’ve learned from her and advice I have gotten have made me a more open, empathetic person.

Aunt Rahma has an unconventional lifestyle and an amazing life story. Born in Somalia, she moved to Italy as a young child and has lived there since. As the only girl of color where she lived, she endured prejudice throughout her life, but she always kept her chin up through it. Unfortunately, my aunt endured another type of prejudice as well, and that came from the blue crutches that helped her walk. Though childhood illness took away her legs, it did not take away her spirit. As a child, I never saw my aunt any different, though people may have. However, that didn’t mean I was completely free of ignorance. I remember an instance where I told her running isn’t any fun, and she wouldn’t want to do it. Even though the conversation over running lasted only a minute and was many years ago, this has always stuck with me. She wasn’t offended, as I was a child, but I was upset that I would even say something of the sort. 

Analyzing this memory did help me understand one principle – empathy. The ability to put yourself into another’s shoes is a paramount aspect in life. If you cannot empathize with someone, you are not able to truly have a good relationship with that person. To empathize with someone is to withhold judgment. Judging others is what I would consider the world’s pastime. If more individuals understood the concept of empathy, judging others wouldn’t be as prevalent. Moreover, people get flustered when they are approached by someone different than them, but empathy can change that. Empathy, listening, and creating a genuine connection with someone are all paramount aspects to becoming a better person.

Not many people know how strong people with disabilities are. In fact, I would say they are stronger mentally. My aunt never let bigots bring her down, whether they judged her for her skin color or for her crutches. She was composed, and in the end, she achieved more than what any prejudiced person has. Whether it’s everyday chores like driving or athletics like swimming, my aunt can do it just as well as anyone else. My goal is to have at least half of the strength she has and try to emulate it in my everyday life. The lessons I have received are some of the most valuable items of knowledge I have received, and I believe I have obtained a certain “savoir-faire” when conversing with others. Diversity is not something that people should be afraid, and we should embrace it. Lessons in empathy are the pathway to maturity, and I believe my aunt provided me the greatest gift by aiding me on my journey.