Pagine

Translate

venerdì 15 marzo 2013

LA VITA

tree of light.flickrcc.net


La vita
la precedeva veloce
impaziente, sardonica
impertinente.
Lei le arrancava dietro,
seguiva titubante
le  impronte
che lasciava sul terreno fangoso.
Riusciva ancora,
con fatica,
a starle dietro.
Ci riusciva ancora.

sabato 9 marzo 2013

Le Parole


Parole:
sconosciute,
 stentate, sillabate, 
urlate, nascoste,
ripetute, sussurate, 
accennate, sfiorate,
 accarezzate, scoperte,
coccolate, giunte inaspettate, 
battute, calpestate,
lanciate, ferite,
 dilaniate, amate, 
odiate, prese e lasciate...
saranno mai solo mie?

(Ottobre 2010)

mercoledì 27 febbraio 2013

Il Silenzio

Lo so
Il silenzio non dice nulla
Tace, è muto, atono
Impalpabile, inavvicinabile,
intoccabile..
esso non può gridare il dolore
non può reclamare
non può dire non-sense
il silenzio è … silenzio
uccide lentamente
costruisce barricate
e allontana i cuori…
Ma non ho più parole
Per esprimere
Per superare i limiti dell’incomprensione
Non ho più parole per dire
Per spiegare ciò che è inspiegabile
Non ho più forze
Ho solo il vuoto
Che inonda l’anima
E un dolore sordo al cuore

12 Dicembre 2006

Ci sono istanti
Nella vita
Che parlano
Più di mille parole
Ci sono gesti
Nella vita
Lievi ed infinitesimali
Che sommano
Mille gesti
Ripetuti e dimenticati
E ci sei tu
Che con un incontro
Hai cancellato
Mille incontri
Aprendo l’uscio
Alla speranza
Aprendo il cuore
    A battiti vivi e palpitanti.  

 (12/12/2006)

domenica 17 febbraio 2013

Racconto: Mamma Somalia


MAMMA SOMALIA ( 1° Premio al Concorso Scrivere Altrove 2012)
Ieri Dunya ha saputo che sua cugina Hawa ha avuto un altro bambino. Ormai ha perso il conto di quante cugine hanno partorito in questi ultimi anni. Alcune si sono fermate a quattro figli, ma, tenendo conto della giovane età di molte di loro, pensa proprio che hanno ancora tempo di farne forse una decina.
Dunya ha storto il naso quando l’ha saputo, non per disgusto, lei adora i bambini; non lo ha fatto nemmeno per invidia, anche se lei non ha figli: lo ha fatto perché, anche se questo bambino è stato desiderato dalla madre, prima o poi sarà lasciato a se stesso. Non avrà opportunità di crescere sereno ed equilibrato perché vivrà in una famiglia sconclusionata, dove il padre, anche se vivente, sarà assente, non sarà una guida né una protezione, e la madre, con altri figli da seguire, non avrà abbastanza tempo, né energia, né preparazione per aiutarli nella loro crescita.
Dunya non vorrebbe essere così pessimista, ma i fatti troppo spesso le hanno dato ragione. Secondo lei, un figlio è un tesoro inestimabile e il dovere di un genitore è quello di dargli le migliori opportunità per crescere e maturare e affrontare la vita. Molto spesso questo avviene, ma qualche volta no. Lo ha visto tra le sue cugine, che non danno molto valore all’istruzione dei figli, che li fanno vivere come se si trovassero ancora in Somalia e non in Inghilterra o in Olanda, che gli parlano continuamente in somalo e così gli rendono difficili l’apprendimento a scuola.
Guardando la foto del suo nuovo nipotino, a Dunya è venuta in mente sua madre. Ah, le mamme somale!
Le mamme somale sono speciali, tremende, a volte furiose ed isteriche, a volte di un amore che si dipana al di là dello spazio e del tempo. Forse tutte le mamme del mondo sono così, ma non ne era del tutto sicura. E forse si dimostrava troppo severa nei riguardi della cugina: era una mamma somala anche Hawa del resto, proprio come la sua.
La mamma di Dunya era a due tempi, di due epoche diverse. C’era la mamma moderna ed anticonformista, della Somalia giovane e rivolta verso un futuro promettente. La gioventù degli anni ’60, della libertà e della democrazia, dell’essere laici ancorché credenti, delle tradizioni che non soffocavano le identità autonome dei giovani studenti e lavoratori. Quella era la mamma di una Somalia piena di energia e voglia di riscatto che in Italia ha trovato sacrifici, dolori ma anche gioie, soddisfazioni e speranze. Quella era la mamma paziente, dolce, speranzosa ma anche ingenua e credulona. Era la mamma dai capelli morbidi, ricchi e folti, portati con orgoglio alla “afro” come Angela Davis; la mamma che le faceva ascoltare Tina e Ike Turner, le Supremes o James Brown, ma anche Joan Baez e Bob Dylan; la mamma che profumava di Dior e della crema Cera di Cupra; la mamma che le sembrava altissima sui suoi zatteroni e i jeans a zampa d’elefante.
Ma, in modo improvviso, era anche capace di trasformarsi in una mamma severa e tradizionalista; rigida nel far osservare a Dunya certi comportamenti di fronte agli adulti della famiglia o dei conoscenti: mai rispondere ad una persona più grande; salutare e ringraziare e non mettersi in evidenza. Non che Dunya avesse mai desiderato essere sotto i riflettori, se avesse potuto si sarebbe mimetizzata, se non resa invisibile, pur di evitare le solite domande degli adulti somali:” Oh tu sei Dunya? Mi ricordo di te a Mogadiscio, ma come sei cresciuta!” Ovviamente tutto questo in somalo, che aveva dimenticato subito poiché era arrivata a Roma a cinque anni. Quando scoprivano questa orribile e disgustosa pecca la assalivano con una sfilza di domande che sparavano come proiettili al suo indirizzo, come fosse il peggior peccato al mondo! “ Come? Non parli somalo? Non è possibile! Questo non va bene, tu SEI somala, tu DEVI parlare la tua lingua madre!” poi si rivolgevano alla madre consigliandola, dicendole di parlarle sempre in somalo, di non farle perdere le radici, di non dimenticare la sua terra d’origine.
Allora, salva da altri rimproveri e trasferita l’attenzione sulla madre, Dunya la osservava quasi chinare la testa colpevole, piena di rimorso perché sentiva su di sé il peso della colpa per la non-somalità della figlia! Ed ecco che riaffiorava la madre tradizionalista, osservante delle regole e dei costumi somali e quasi esplodeva esclamando “ Eh, purtroppo, tutti questi anni trascorsi qui hanno fatto dimenticare il somalo a mia figlia! La scuola, gli amici, il suo continuo leggere libri in italiano, studiare altre lingue invece di riprendere la sua lingua madre… a volte rimpiango di averla portata qui, ha dimenticato tutto della Somalia!”
Dimenticato tutto della Somalia! Ma se aveva appena cinque anni! Non sapeva nemmeno cos’era la Somalia o cos’era l’Italia! Succedeva, però, che si sentiva “macchiata” di una gravissima colpa e, se prima aveva dei dubbi su chi era e da dove veniva, quelle parole la portavano a rifiutare ancora di più la sua origine.
In questo modo accadeva uno sdoppiamento dentro di lei. Una parte di Dunya rifiutava tutto quello che era legato alla Somalia: la lingua, i costumi, le festività e le riunioni tra i somali. Evitava la gente e i parenti se poteva, a meno che non fossero troppo critici verso di lei.
Ma era davvero impossibile dimenticare da dove proveniva, a volte bastava un semplice piatto cucinato dalla madre come bris iyo hilib, riso con carne e aromi vari o una semplice, dolce tazza di shai, il the somalo speziato con cardamomo, cannella e chiodi di garofano e una bella dose di zucchero, che sorseggiava con la mamma il pomeriggio, chiacchierando del più e del meno.
Quelle spezie e quel the dolce le riappacificavano con il mondo e cancellavano ogni dubbio o rimorso: c’erano solo lei e la madre. Il resto del mondo con i suoi problemi sull’identità e il senso di appartenenza non esistevano più! In quel momento appartenevano a loro stesse, due donne che si amavano a dispetto delle differenze che potevano dividerle.
Ancora oggi Dunya non ricorda se da piccola, la madre le raccontava le fiabe somale, con personaggi legati alla natura africana: iene, serpenti, gazzelle e coccodrilli. Non ha memoria di storie narrate dalla voce somala della mamma, ma ricorda bene la ninna nanna che cantava. E, ogni volta che sente cantare quella nenia, le si addolcisce il cuore e si commuove e sente che anche questa ninna nanna, ancestrale e così forte, le appartiene, appartiene a loro due e le lega in un rapporto che oramai ha superato i confini del luogo e della lingua. I rimpianti, ora che anche lei è una donna adulta, affiorano come piccole ferite, un dolore lieve e persistente la accompagna.
Ora che è grande Dunya non avrebbe voluto prendere per scontato i suoi racconti e proverbi che la mamma ogni tanto tirava fuori, ora che si sentiva sempre più colma di nostalgia; avrebbe voluto scriverli, conservarli come un baule di ricordi che si tramanda da madre a figlia, ma non l’ha mai fatto e non sa se è ancora in tempo per poter ricostruire quelle fondamenta che non sente salde sotto di sé.
Si ritrova quindi, a guardare le foto del nipote che non incontrerà mai, del quale dimenticherà il nome, o si confonderà tra le decine di nomi dei nuovi nati dalle sue cugine. Guarda quel faccino paffuto, color cioccolata e capelli sparuti e neri. Lo osserva e pensa che forse lui ricorderà bene la ninna nanna della sua mamma, conoscerà bene le tradizioni della sua famiglia, potrà conversare e scherzare in somalo, mentre con gli amici potrà ridere e confidarsi in inglese. Ecco, in quel momento, invidia suo nipote.
Vorrebbe tornare indietro, all’età di cinque anni e ritrovarsi legata saldamente alla sua lingua madre, alla mano della mamma che la guida nella vita, vorrebbe non aver mai perso questo laccio ombelicale con la sua terra natia, con i suoi ricordi d’infanzia lasciati a Mogadiscio, insieme alla terra sabbiosa, alle urla dei bambini che corrono per le stradine del suo quartiere. Vorrebbe risentire la voce del nonno burbero che li ha lasciati troppo presto; vorrebbe poter ascoltare i suoi racconti di ascaro, dei suoi anni trascorsi in Etiopia quando la nonna pensava di averlo ormai perso, di non rivederlo mai più salvo ritrovarselo davanti alla porta anni dopo, magro come uno stecco e scuro come un tizzone bruciato.
Subito dopo si risveglia dai suoi rimpianti, dai suoi desideri effimeri. Cosa le manca davvero? Quando una somala può considerarsi donna? Solo se ha dei figli? Scambierebbe la sua vita indipendente, con quella di una qualunque delle sue cugine? Ci pensa su e si risponde di no.
In fondo non scambierebbe la sua vita per quella di nessun’altra donna. In fondo ha avuto una vita serena, difficile, piena di sacrifici certo, ma ha avuto sempre accanto sua madre. Una mamma anche incoerente nel suo infinito amore per lei, ma anche critica nei suoi confronti, soprattutto riguardo al suo essere poco somala; per il resto la amava ed era orgogliosa di lei anche se questo lo capii in modo chiaro da adulta.
Non è vero che si comprende una madre solo quando si diventa madri. Dunya comprendeva ora il dolore della sua mamma per aver lasciato il proprio paese, la sua solitudine, il suo coraggio e la sua abnegazione nel crescerla. Capiva anche il desiderio di ripercorrere i suoi passi e tornare nella terra dei suoi genitori, il bisogno di ritrovare i profumi e i colori che sentiva a vent’anni, la necessità di riprendere il suo dialogo mai interrotto, ma nascosto, con Dio.
Dunya tutto questo lo sentiva chiaro nel suo cuore, mentre prendeva la sua tazza di shai che l’aveva immersa nella nostalgia della sua Hooyo, la sua mamma.
Un detto dice che ci sono due cose che bisogna donare ai bambini, una sono le radici, l’altra sono le ali. Ebbene Dunya pensa che il crescere tra due mondi le abbia donato delle radici alate, perché il mondo è parte di lei; quindi se gli altri aprissero un poco la loro mente, forse potrebbero vedere questi suoi due mondi. Lei sa bene che anche la sua mamma li vede chiaramente ora, perché sono il suo dono.
© R. NUR

About Women: mother, child and...


La conchiglia  (13/2/13)

Non c’era nessuna valigia
Da preparare
Non c’era nessun documento
Da portare
Solo un corpo e
Un’anima smarrita

Mi hai presa per mano
E nella tua ho stretta la mia
Piccola, fragile, magra
Non avevo idea di dove andavamo
Non avevo idea da dove venivamo
Era solo casa
Era solo famiglia

Alla spiaggia
Mi hai stretto ancora più forte la mano
Ti sei chinata
Ho visto i tuoi occhi bagnati
Lacrime lapidarie
Rigare il tuo viso
Hai preso una grande conchiglia
Me l’hai poggiata sull’orecchio
Ascolta, la musica del mare
Il richiamo del ventre terreno
Non dimenticare mai
Da dove vieni
Non dimenticare mai chi sei
Non dimenticarmi mai!”
Hai posato la conchiglia nella mia mano
E con essa hai lasciato la vita nelle mie mani.
La conchiglia è ancora con me
La vita è ancora con me
Ma tu, dove sei?



                               staircase snail.flickrcc.net





Cerchi concentrici (13/2/13)

Dal ventre
di una donna
è nato
un essere umano
minuscolo, indifeso
amato nell'indifferenza altrui
vezzeggiato e curato
nel segreto amore
di una giovane madre

Bambina violenta
cresciuta nella solitudine
delle folle

Ragazza triste
dal luminoso sorriso
che celava pochi sogni
e sparute speranze

Donna dallo spirito indomito
lottava inconsapevole
trascinata dall'inerzia
della vita

Ogni giorno
un continuo rinascere
nell'infinita stringa
di cerchi concentrici
di un Io sfaccettato
che si rifletteva
nella stessa ripetuta essenza degli anni: donna.


© R. NUR




lunedì 10 dicembre 2012

INIZIO

Intanto voglio iniziare questo blog con le mie poesie, poi si vedrà se crescerà o finirà così!



IL CIUCCIO
Era lì a terra
Accanto alla ruota dell’automobile
Forse caduto da un balcone?
Forse caduto dall’ incerta mano di un bimbo?
Forse perso da una mamma indaffarata e distratta?
Ma era lì
Accanto alla ruota dell’automobile
Sporco di terra
Consumato dal sole cocente
Di gomma morbida, marrone
Con i segni di un uso continuo
Di un succhiare e mordere con le gengive
Di un bisogno di certezze e consolazioni.
Era lì a terra
Accanto alla ruota della mia automobile
L’ho visto subito
Appena scesa dal gradino
Era lì a terra
Come un segno fausto
Come una speranza che non deve cessare
Come un vuoto che non c’è più.
Ma la mano che  stringe
La mia, a letto, dopo una giornata di lavoro,
è la mia sicurezza
la mia consolazione
e riempie tutti i vuoti che avevo nel cuore
anche quello del ciuccio che non è mai passato
dalla mia mano alla bocca di un bambino.

LA TUA MANO

( Dedicato alle vittime di Firenze e non solo...)

la tua mano
il tuo corpo
la tua anima…
la tua mano
che ha parato i colpi della vita
che ha parato gli insulti
che ha parato sguardi offensivi
che ha parato odio
che ha accettato strette di mano sincere
che ha offerto aiuto
che ha lavato via offese e pregato.

Il tuo corpo
che ha viaggiato
che ha abbandonato gli affetti
che si è posato sul materasso stanco e triste
che ha sofferto la nostalgia
che ha desiderato il calore di un amore.

La tua anima
che ha sempre veleggiato in alto
osservato da lontano il tuo dolore
per l’abbandono della tua terra e dei tuoi amori
che ti ha visto piangere e ridere
e che con te ha pianto e riso
che ora si libra serena
mentre il tuo corpo è coperto a malapena da un lenzuolo
e la tua mano
con dita lunghe e magre,
la tua giovane mano forte
giace inerte…
Tutte vittime di un’altra mano
ma vile e sporca come i mali del mondo
tutte vittime: mano, corpo, anima!

A TE

Mi libro dolcemente
Mi lascio guidare teneramente
Passeggio tra le parole
Evitando quelle che fanno inciampare
Attendendo quelle care.

Tu mi aspetti
Mi segui
Mi sei sempre accanto
Anche quando non ti vedo
E il mio sguardo si perde
E il mio cuore si ferma
Nel vano tentativo
Di fermare anche il tempo…

Nel cielo notturno
Ci siamo solo noi
L’uno accanto all’altra
Nel blu della notte
Oltre lo spazio delle case
Oltre la strettoia delle parole
Oltre l’oscurità dell’incomprensione.

Queste prime tre poesie sono entrate in finale nel "Concorso scrivere altrove" dell'ass. Mai Tardi- Amici di Nuto Revelli di Cuneo.



LIBERTA’

Libertà cercavo
Quando dalla mia casa
Sono partito
A piedi ho viaggiato
Rudimentali mezzi
Ho preso
Il deserto ho attraversato
E nella luce folgorante
Libertà ho cercato
Tra gli sguardi persi come il mio
Libertà ho cercato
Nel tremore della solitudine
Libertà ho cercato
Negli insulti, nelle spinte, nelle urla
Degli stranieri alla terra
Libertà ho cercato
Negli abbracci, nelle telefonate gridate
“Sto bene, sto bene”
Libertà ho cercato
Nella barca sulla quale sono salito
Nella ressa che mi ha stretto e soffocato
Libertà ho cercato
Nell’acqua gelida
Nella gola arsa
Nella pelle squamata
Nel sole accecante
Nelle onde esasperate
Nell’acqua che mi chiamava a sé
Nel terrore del non ritorno
Libertà ho cercato
Ho trovato Libertà
E pace
Nel silenzio della perdita
Nell’assolutismo
Della Morte
Che fredda e aberrante
Mi ha accolto nelle sue braccia.
( dedicata a tutti i naufraghi che il mare ha accolto, non desiderandone alcuno)

LO SAI

Lo sai
Non avrai il nome scelto da noi
Né gli occhi del tuo papà
Né le mani della tua mamma
Non so se sarai alto come lui
O se avrai la mia pelle liscia e morbida
Non so quando arriverai
Né se arriverai davvero
Questa è solo una piccola
Spaurita speranza che è dentro di me
È anche una impercettibile paura
Paura di non essere abbastanza brava
Abbastanza forte e paziente
Da poterti accogliere e crescere
Abbastanza MADRE per lasciare che sia
Ma so che quando sarai qui
L’amore che ora è segregato dentro di noi
Strariperà come un fiume in piena
E travolgerà ogni limite precostruito
Distruggerà ogni incertezza e remota paura
E tu sarai una cosa sola
E allora non ci sarà nessun altro
Se non un padre una madre e un cucciolo
Che divideranno le loro esistenze
E saranno un’unica cosa
Con l’universo.

 ( 2 ottobre 2012)


© R. NUR